di Sara Coppola


Per giorni gli occhi del mondo sono stati puntati sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti: se Biden verrà ufficialmente confermato Presidente, sarà un bene per il settore culturale del paese? Malgrado le questioni culturali non abbiano mai rappresentato l’ago della bilancia in politica, ciò non toglie che i presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca abbiano mostrato o meno interesse per le arti. I loro interessi, o più in generale il loro atteggiamento nei confronti delle arti, hanno influenzato le politiche culturali nazionali? Per rispondere a queste domande serve fare un breve excursus storico partendo dal dopoguerra, poiché sarebbe anacronistico parlare di politiche culturali prima della nascita del welfare state

Dunque, cominciamo. Truman (1945-1953) amava la musica classica e imparò a suonare il piano da bambino. Con l’avanzare dell’età, Eisenhower (1953-1961) si vide costretto ad abbandonare il golf per dedicarsi sempre di più alla pittura. Il loro supporto alla cultura non si estese però oltre i confini delle mura domestiche. Promuovere l’ideale americano e screditare la Russia comunista erano i fini propagandistici di mezzi culturali dell’epoca, radio e cinema in primis. 

I Kennedy (1961-1963) trasformarono la Casa Bianca in un punto di riferimento per l’impegno culturale del paese, ospitando numerose performance dal vivo e concerti di musica classica. Ma fu tra il ’62 e il ‘63 che l’amministrazione Kennedy fece il primo passo verso una concreta strutturazione delle politiche culturali, nominando il primo Consulente Speciale per le Arti e instituendo l’Advisory Council on the Arts. L’impegno culturale del Presidente venne portato avanti dalla successiva amministrazione Johnson (1963-1969). Nel ‘65 venne infatti instituito il National Foundation on the Arts and the Humanities (NFAH), un’agenzia federale indipendente il cui compito è sviluppare e promuovere una politica nazionale a sostegno delle discipline umanistiche e delle arti. È costituito da quattro organi, tra cui il famoso National Endowment for the Arts, conosciuto come NEA. 

Gli anni ’60 fornirono dunque le basi istituzionali per il cambiamento, facilitando lo sviluppo di politiche culturali negli anni ’70 e ‘80. Tra tutti i presidenti statunitensi, Nixon (1969-1974) fu tra i maggiori sostenitori della NEA, tanto che nel 1969 propose al Congresso di raddoppiare i fondi ad essa destinati da $20 a $40 milioni, sostenendo la necessità di espandere il sostegno federale in particolare ai programmi destinati ai più giovani, per colmare le fratture sociali dell’epoca. Un nobile intento, purtroppo infangato dallo scandalo Watergate del ’72. 

Di umili origini, Jimmy Carter (1977-1981) iniziava tutte le sue giornate ascoltando musica classica e andava spesso a teatro. Con il medesimo obiettivo del suo predecessore di rendere più accessibile la cultura, ma anche per comprendere il peso economico del settore in termini di forza lavoro, PIL e valutare l’impatto delle leggi fiscali sulla crescita dello stesso, l’amministrazione Carter diede inizio ad un processo di raccolta sistematica di dati mai vista prima di allora. Il budget della NEA aumentò progressivamente negli anni della sua presidenza, cosa che invece non accadde con il successivo governo Reagan (1981-1989). Nonostante il suo passato da attore, il presidente volle tagliare i fondi federali destinati ai programmi pubblici, incoraggiando la filantropia e un maggiore coinvolgimento dei privati nei settori dell’arte e dell’istruzione. Analogo accadimento negli anni ’90, durante la presidenza di George Herbert W. Bush (1989-1993) e Bill Clinton (1993-2001). Clinton, tuttavia, è sempre stato un fervido sostenitore dell’arte pubblica e dell’educazione artistica dei più giovani; lui stesso da ragazzo aveva imparato a suonare il sassofono. Dopo una battaglia decennale, culminata con le minacce del Congresso di eliminare le agenzie federali culturali nel ’97, grazie alla sua dedizione la NEA ottenne infatti un aumento del proprio budget nel 2001: era la prima volta che accadeva dal ’92. 

George Walker Bush (2001-2009) e Barack Obama (2009-2017) seguirono il suo esempio, anche se per motivi diversi. Alcuni di voi si ricorderanno che Bush è stato preso in giro perché “pittore di cani e gattini”, ma non è stato certo per distogliere l’attenzione dai suoi passatempi artistici che ha concesso più fondi alla NEA. Dopo gli attentati terroristici del 2001, l’arte è tornata ad essere strumento di legittimazione del potere statale e propaganda politica, analogamente a quanto accaduto durante la Guerra Fredda. Diversamente, Obama aveva motivazioni più strettamente sociali: supportare il settore culturale si inseriva in un più grande progetto di riforme, per diminuire il peso dei privati e renderlo più accessibile. Obama, inoltre, è diventato famoso per gli elenchi di fine anno in cui pubblicava musica, libri, film e serie tv preferiti.

Non si può dire altrettanto dell’attuale presidente, Donald Trump (2017-2020). Numerosi sono stati i suoi tentativi di affossare tutte agenzie federali per la cultura, NEA in primis, suggerendo invece l’utilizzo di piattaforme di crowdsourcing come Kickstarter per finanziare progetti artistici. In occasione dell’ultima campagna elettorale, non una parola sul settore culturale è stata detta dal Partito Repubblicano, al contrario invece dei Democratici. Una volta definitivamente insediato alla Casa Bianca, Biden probabilmente non diventerà l’‘influencer culturale’ che è stato Obama, ma manterrà il suo stesso impegno culturale. 

Per ragioni storiche e culturali, il ruolo del governo centrale in supporto alla cultura è minimo se paragonato a quello delle amministrazioni locali e della filantropia privata negli USA; tuttavia, la storia ci ha dimostrato che sì, la sensibilità del Presidente e del suo partito possono influenzare le politiche culturali. Speriamo dunque che il cielo ritorni presto ad essere sereno e blu.