di Riccardo Pasquali


Nel 2012 veniva pubblicato Vertical Horizon, il primo progetto fotografico di Romain Jacquet-Lagrèze, francese esportato ad Hong Kong. Gli scatti impressionarono da subito il pubblico locale ed internazionale per l’inedita visione che davano della città: una selva di vertiginosi edifici di vetro e cemento, il cui sviluppo verticale era sapientemente moltiplicato da una prospettiva studiata.


Ovviamente, casi come Hong Kong sono ancora molto distanti dalle prospettive europee, perché determinati da una strutturale carenza di terreno edificabile e da una densità demografica fra le più alte al mondo. Tuttavia, numerosi urbanisti asseriscono che quella verso la città verticale sarà una transizione necessaria negli anni a venire: il suolo è ormai una risorsa scarsa in molti contesti urbani, motivo per cui uno sviluppo in senso orizzontale, dato il ruolo sempre più polarizzante delle città, non è più una via percorribile. Guardando alle metropoli asiatiche, dove questa logica è ormai largamente applicata alle aree residenziali, è possibile intuire vantaggi e svantaggi delle future città verticali.


Fra i fattori positivi vi è la possibilità di pensare i nuovi quartieri in modo più strategico ed efficiente, realizzando edifici multifunzionali e integrati. Il concetto venne elaborato fra i primi da Le Corbusier con l’Unitè d’Habitation di Marsiglia, un complesso residenziale comprendente al suo interno anche diverse attività commerciali e per il tempo libero. Oggi, i grattacieli più moderni di Hong Kong comprendono una vasta gamma di servizi e funzioni, così che i residenti possano svolgere buona parte delle attività quotidiane essenziali senza potenzialmente varcare la soglia dell’edificio. Questo consentirebbe di assorbire una popolazione urbana in costante crescita e di ridurre drasticamente il traffico cittadino e il relativo inquinamento. Inoltre, tramite pannelli fotovoltaici, turbine e altri impianti high-tech, ogni edificio potrebbe essere totalmente autosufficiente dal punto di vista energetico. Lo studio Curci ha elaborato un avveniristico modello di città verticale su 180 piani in grado di ospitare 25.000 persone: una buona sintesi di quanto possiamo aspettarci in futuro.

Tuttavia, non mancano le criticità, anzitutto di ordine economico: nonostante l’avanzamento tecnologico, simili strutture richiedono ancora investimenti elevati, che sarebbero inevitabilmente scaricati su altrettanto elevati prezzi d’acquisto. Le abitudini del cittadino medio dovrebbero poi mutare notevolmente: il bilancio fra spazi privati e pubblici, così come fra tempo trascorso all’esterno e all’interno degli edifici, sarebbe ridimensionato, con il rischio di confinare le persone in abitazioni sempre più limitate, compromettendone salute e rapporti sociali.


Si evidenzia, dunque, un sostanziale trade-off fra sostenibilità e vivibilità, che dovrà essere accuratamente considerato e mitigato dalle future politiche abitative: solo così la transizione verso le città verticali sarà realmente possibile.