di Marco Franchi


“Girando sempre su se stessi,
vedendo e facendo sempre le stesse cose,
si perde l’abitudine e la possibilità
di esercitare la propria intelligenza”
A. Camus

L’Italia è da sempre una delle mete globali più interessate dal fenomeno turistico. Solitamente associata a città d’arte, a gastronomia d’eccellenza e a località balneari, il Belpaese è tuttavia crocevia di viaggiatori anche per la sua biodiversità e per le ricchezze paesaggistiche che la rendono un unicum mondiale. Quale altro paese può vantare di avere 55 siti dell’Unesco? Per non parlare della varietà del suo clima, dei suoi territori, della sua flora e fauna (l’Italia è prima in Europa per varietà di specie di piante con semi). Alla luce delle profonde differenze che impreziosiscono il nostro Paese, il turismo può essere considerato a tutti gli effetti un asset fondamentale per lo sviluppo e la crescita. 

Ciò tuttavia si scontra con il tema della sostenibilità, a livello ambientale ed economico, e con la salvaguardia dei territori. In particolare, un fenomeno che impatta in profondità sulle economie locali e che sta iniziando a rappresentare un problema per la salvaguardia paesaggistica è quello legato al turismo invernale nei territori montani, soprattutto quello sciistico di discesa. Basti pensare che tra Alpi ed Appennini si stima vi siano 348 stazioni sciistiche di discesa (di questi 132 sono dismesse), tutte sovvenzionate con denaro pubblico, specie negli Appennini, e spesso mantenute in vita per evitare un ulteriore spopolamento delle valli ed un abbandono del territorio. Tale modello è sostenibile e futuribile di valore?

Gli sciatori italiani sono 4 milioni, per un giro d’affari totale nel 2018 di circa 11 miliardi di Euro (11% del PIL turistico nazionale, occupando in modo diretto ed indiretto 14mila persone), attraendo sugli impianti 27 milioni di turisti stranieri. Ma, a causa del surriscaldamento climatico, la quota neve si è sempre più alzata in tutta Italia e si deve sempre più ricorrere all’utilizzo di neve artificiale, con conseguenti costi economici ed impatti ambientali. La produzione di neve arriva a costare tra gli 11 ed i 15mila Euro per ettaro; mentre per la costruzione degli impianti sciistici si spazia dai 100 ai 140mila Euro per ettaro. Per citare qualche esempio recente, la provincia di Trento ha finanziato con 4 milioni di Euro il restyling del comprensorio di Bolbeno-Borgo Lares (600 mt di quota), mentre tra Toscana ed Emilia vi è il comprensorio appenninico dell’Abetone, finanziato annualmente con almeno 1 milione di Euro. Hanno senso investimenti cospicui in progetti di questo tipo?

Il turismo invernale rischia di essere insostenibile non solo a causa del riscaldamento globale e per gli elevati costi di gestione, ma altresì per gli impatti che esso stesso genera sul lato ambientale. Si stima che per innevare artificialmente impianti e comprensori, in termini di CO2 equivalente, si spazia dal 700 ai 1300 chilogrammi per ettaro innevato (dati Enea). Per godersi una sciata in mezzo alla natura, si rischia di distruggere la natura stessa.

Urge quindi sempre di più il ripensamento e la riconversione delle aree sciistiche e dei territori montani, specie se situati in località difficili da raggiungere ed a quote dove la neve naturale non può resistere per tutta la stagione invernale. A questo proposito si stanno fortunatamente moltiplicando le iniziative virtuose. Primo su tutti è l’esempio della Val Maira (situata nel Piemonte Occidentale), che ha prima conosciuto seri problemi di spopolamento, per poi essere in grado di risorgere e di issarsi con un modello di “intuizione turistica”. Negli anni ’90 è nato infatti il progetto “Consorzio Turistico Val Maira”, che ha puntato sulle caratteristiche e sulla cultura locale, senza lasciare spazio ai moderni impianti sciistici ed allo stravolgimento industriale delle località più note.

Il Consorzio associa ad oggi più di 50 strutture turistiche a conduzione familiare (permettendo così di ottimizzare i costi), più B&B, attività commerciali ed artigianali. In questo modo la valle accoglie circa 80mila turisti durante l’anno, con un rapporto domanda/offerta di 3 a 1, conservando così la sua autenticità e senza farsi ingolosire da facili offerte last minute. Della quota di visitatori, l’80% è straniero, grazie anche al forte richiamo dovuto alla promozione di iniziative e esperienza uniche a stretto contatto con la natura incontaminata. Dalle escursioni con ciaspole, passando per passeggiate con guide alpine fino ad iniziative legate al benessere e alla ricerca di momenti di pace, la Val Maira ha saputo reinventarsi con un’offerta sostenibile, a basso impatto ambientale, ma ad alto valore aggiunto. Tale modello sta riscuotendo talmente tanto successo che sono stati fatti accordi con due tour operator olandesi per favorire anche il turismo eno-gastronomico, sempre nel pieno rispetto dell’ambiente.

Ci sono dunque tutti i presupposti per poter far rigermogliare i borghi alpini e appenninici italiani, senza dover ricorrere per forza ad un turismo sfrenato, senza limiti e dedito solo allo sci di discesa. Tocca a tutti noi cercare di promuoverlo ed essere pronti ad un tipo di domanda diversa, nel pieno rispetto della Natura, compatibile 360 giorni l’anno con il territorio.