di Miriam Gangemi

Lo scorso weekend si è conclusa la terza edizione di Poplar Festival, una due giorni che si svolge a Trento, nel quartiere Le Albere. Poplar è un progetto organizzato interamente da giovani, sono tutti ragazzi under 26, che da anni si impegnano per valorizzare e coinvolgere la città di Trento con un festival musicale e culturale, che intrattiene tutta la città.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Luca, uno degli organizzatori del festival.

Ciao Luca! Parlaci un po’ di te.
Ciao! Io sono Luca Bocchio e mi sono laureato nel 2019 a Trento, in Economia e management. Faccio parte dell’associazione Unitin, di cui sono stato coordinatore per due anni, e parallelamente da qualche anno ho iniziato a bazzicare nel mondo musicale, lavorando nella produzione di concerti ed eventi a livello nazionale.

Com’è nata l’idea di organizzare un festival a Trento?
L’idea, che spero sia stata una buona idea (ride), è nata da una necessità, che era quella di creare un momento e uno spazio di larga aggregazione, innanzitutto giovanile, a Trento; poiché a Trento manca. Tutto è nato per colmare un vuoto e per rispondere a un bisogno, magari inespresso (la gente non scende in piazza per chiedere di organizzare un festival), però se si parla con le persone che vivono quotidianamente la città, soprattutto con i giovani dai 16 ai 25 anni, si nota che c’è molto poco da fare e mancano soprattutto i luoghi per fare cose insieme. L’idea è stata quella di dare un segnale in questo senso, dimostrare che le cose si possono fare. Abbiamo voluto fare molto rumore, e quindi organizzare qualcosa in grande. Poi c’è stato anche un altro motivo, che era quello di creare un ponte tra tutta la generazione giovanile universitaria e la città. Questo punto si è consolidato andando avanti con le edizioni, in realtà nella prima non era molto evidente, poi andando avanti si è cercato sempre di più di sottolineare il valore che potesse avere Poplar nel fare da ponte tra la comunità cittadina, il tessuto sociale Trentino e lo studente, che la maggior parte delle volte è fuori sede, ma resta comunque una parte rilevante del tessuto sociale che vive a Trento. Ad oggi, infatti, gli studenti fuori sede sono circa 10.000, una frazione rilevante se rapportata ai residenti a trento (100mila in tutto di cui 50mila escludendo frazioni e sobborghi periferici). Questa parte così importante, però, non sempre riesce ad aggregarsi con il tessuto sociale, anzi molte volte viene vista come aliena; quindi abbiamo deciso di provare a creare integrazione anche per mezzo di un festival.

Da dove viene il nome Poplar?
Non ho mai capito bene quale sia il feedback della persona che non conosce il festival e a primo impatto legge questo nome. Poplar significa due cose. In primis trae la sua origine da pioppo che in inglese si dice poplar. Poplar deriva a sua volta da populus alba che è il nome in latino di pioppo, da cui deriva il quartiere dove noi facciamo il festival che si chiama Albere, proprio per la presenza dei pioppi secolari. Poi il secondo motivo, quello che ci ha convinto più di tutti, al di là della masticabilità e l’immediatezza del nome, è anche il fatto che sia un richiamo indiretto al termine popular, cioè il popolare. Noi con il nostro festival vogliamo essere pop, ma non nel senso di “pop commerciale”, bensì nel senso di trasversali, aperti a tutti e senza barriere all’ingresso.

In quanti eravate inizialmente a lavorarci e in quanti siete ora?
A livello organizzativo eravamo due/tre persone, che lavoravano a tempo quasi pieno nella prima edizione. Adesso siamo una decina, a cui si aggiungono i volontari, che nella prima edizione sono stati circa 70-80, mentre adesso sono oltre 150.

Già la prima edizione è partita in quarta. Come siete riusciti ad essere economicamente sostenibili? Penso al fatto che non abbiate mai fatto pagare un biglietto d’ingresso e che sia tutt’ora così, a distanza di qualche anno.
Sì, siamo partiti fin da subito in quarta, perché non volevamo rischiare di avere un contenuto di scarsa qualità. La qualità è un aspetto che abbiamo sempre messo al primo posto; per esempio quest’anno anche al pomeriggio avevamo ospiti di grande rilievo, penso al primo giorno con Federico Dragogna dei Ministri, o al secondo giorno con Willie Peyote. Ci sono stati ospiti culturali molto importanti in tutta la rassegna Poplar Cult e poi per la sera abbiamo costruito una line-up che non puntava soltanto sul singolo headliner. Ogni giorno, infatti, c’erano tre headliner: The Zen Circus, La Rappresentante di Lista e Clavdio il primo giorno e Fulminacci, Giorgio Poi e Franco 126 il secondo; a cui peraltro si può aggiungere Margherita Vicario, il cui percorso la porterà presto ad essere considerata di quel livello. L’idea era di creare una motivazione, per le persone che andassero al festival, che non fosse solo quella di andare lì a far festa, divertirsi e basta; ma che fosse quella di andare a sentire un contenuto di qualità, di essere motivati dall’offerta artistica.
Economicamente tutto ciò è stato fattibile grazie a un forte sostegno pubblico. Già nell’anno che ha preceduto la prima edizione abbiamo avviato un dialogo con gli enti pubblici, prima tra tutti la Provincia; per capire come potessimo costruire questo festival-ponte tra le varie realtà. Man mano che siamo andati avanti, ci siamo spostati anche su altre fonti di finanziamento, ad esempio gli sponsor privati come Banca Intesa Sanpaolo che ci ha sostenuto in maniera abbastanza rilevante quest’anno. Sempre in questa edizione abbiamo iniziato a gestire una parte dei bar e una parte di cibo, quindi questo ci ha permesso anche di fare un passo avanti e investire sulla parte artistica e su quella culturale. 

Avete coinvolto anche enti del territorio (amministratori, esercenti…). Com’è stata accolta l’iniziativa? È stato difficile instaurare e mantenere un dialogo?
Le amministrazioni pubbliche ci hanno sempre sostenuti (nonostante i cambiamenti a livello politico) e c’è un rapporto forte, soprattutto con il comune, con l’università e l’Opera universitaria. Li abbiamo coinvolti anche nella fase organizzativa, per capire insieme quale potesse essere il valore del nostro festival per la società e per il tessuto urbano. Abbiamo faticato a trovare esercenti disposti a contribuire attivamente al progetto, sia come sponsor sia come partner nel segmento della ristorazione ad esempio; ma è una tendenza che di edizione in edizione stiamo cercando di invertire. Comunque in generale l’iniziativa è stata accolta bene, abbiamo un dialogo anche con il quartiere Le Albere e i suoi enti commerciali. Ce ne sono alcuni con cui abbiamo un ottimo rapporto, per esempio alcuni hotel o alcuni ristoranti, in cui magari facciamo mangiare gli artisti. Non è facile averlo con tutti, ma credo sia normale.

Quanto tempo impiegate ogni anno per organizzare l’edizione di Poplar?
Praticamente è una cosa che dura un anno, tra la chiusura dei conti e tutto il resto, saremo impegnati fino a novembre. Poi da dicembre si inizia con la nuova edizione, quindi è praticamente un progetto continuativo.

Com’è nata l’idea di introdurre la parte “Cult” di Poplar?
È nata con l’idea di dire che noi non siamo festival che vuole fare solo musica e divertimento, ma abbiamo una missione sociale un pochino più forte: essere un festival culturale.
In Italia non esistono festival con un’anima musicale come il nostro, che abbiano anche una parte culturale così sviluppata. Il motivo è molto semplice: economicamente è poco sostenibile. Questo perché la parte culturale è un costo e basta, vuol dire tenere aperto al pomeriggio, avere chi si occupa della sicurezza per tutto il giorno, avere dei palchi, un impianto audio, una programmazione culturale, stampare della comunicazione, avere egli ospiti, pagare gli hotel, i trasporti e via dicendo. Insomma, è una cosa abbastanza complessa, però secondo me sta avendo molto successo. Si è rivelata una scommessa azzeccata.

Cosa diresti ad un ragazzo/a che, come voi, vorrebbe mettersi in gioco per creare qualcosa di grande, ma vede la meta come troppo lontana e difficile da raggiungere?
(Ride) Gli direi che è un po’ matto. Cioè alla fine quando mi chiedono “Che cos’è Poplar?” dico che è un gruppo di matti che da anni cerca di mettere su un festival in un certo modo. Il consiglio è di non pensarci. Cioè non pensare al fatto che la meta è troppo lontana o è troppo difficile da raggiungere, ovviamente resta con i piedi per terra, però cerca di fare, di provare, di metterti il gioco e di sbattere contro gli errori, ma non farti bloccare dalla paura. Perché insomma, noi siamo dei matti totali! Quattro anni fa, quando pensavamo a Poplar, non sapevamo minimamente dove stavamo andando e dove saremmo arrivati; e invece poi, a forza di spararla grossa, ce l’abbiamo fatta.
Tra l’altro qualche giorno fa ho trovato delle chat su Telegram in cui si parla per la prima volta di Poplar, che ambiva ad essere un festival con un massimo di 3.000 persone, che per noi era un numero gigantesco (l’edizione di quest’anno ha raggiunto 22.000 persone NdR).
Quindi il mio consiglio è di non pensare ai limiti o a quello che deve essere, ma di iniziare a costruire con un po’ di metodo e mantenendo i piedi per terra. Il tempo premierà.