Giulia Bernardi


 

Quando e come è iniziato il tuo percorso al Museo e Gipsoteca Antonio Canova di Possagno?

È iniziato nel 2007 con lo stage della laurea triennale in Beni Culturali che ho frequentato a Padova, quando c’era la mostra Lubomirski. Nel frattempo ho fatto il corso per diventare guida, quindi ho fatto parte dell’associazione “Amici del Canova”. Ho lavorato qui perché mi hanno chiesto di prolungare lo stage come periodo di lavoro per 2-3 mesi perché c’era la mostra. Poi sono entrata a fare parte delle guide, perché dopo aver finito il lavoro ho fatto l’esame per diventare guida e sono diventata guida dell’associazione “Amici del Canova”.

Prima che tu arrivassi al Museo c’erano già dei percorsi didattici? Se non c’erano come sono stati creati o ampliati? Sono stati creati anche con altre persone del Museo o li hai creati da sola?

Quando sono arrivata qui c’erano stati dei laboratori di argilla e uno teatrale molti anni fa, ma non si facevano laboratori. Ogni tanto su richiesta veniva fatto il laboratorio di argilla, ma non era pubblicizzato. Io ed altre studentesse abbiamo iniziato ad assistere ai laboratori di Marcello [una guida del Museo] e, dopo molto tempo e dopo aver assistito a molti laboratori, abbiamo deciso di farli noi e Marcello ha accolto la nostra proposta. Il laboratorio dell’argilla era l’unico che si faceva. Tramite me poi l’associazione “Amici del Canova” ha ampliato i laboratori. Ho fatto il tirocinio della magistrale in Storia dell’arte con gli “Amici del Canova”, durante il quale ho creato i laboratori didattici, tutti i nuovi percorsi, assieme ad altri associati. Io li ho messi tutti insieme, in quanto c’era la richiesta del Museo di curare una sezione didattica, perché le richieste iniziavano ad arrivare. SI parla di 6-7 anni fa. In quel momento tutte le idee che avevano le varie guide (eravamo un bel gruppo e tanti avevano idee), io le ho messe tutte assieme e ho costruito la sezione didattica. Abbiamo fatto gli open day agli insegnanti in cui li abbiamo presentati, ognuno aveva fatto i laboratori, li abbiamo sperimentati. Per sperimentare tutti i laboratori che abbiamo fatto ancora anni fa abbiamo sempre chiamato una classe che conoscevamo delle scuole di Possagno, anche tramite alcune nostre guide che insegnavano presso quelle scuole. Ho chiesto loro di portare le loro classi per provare i laboratori, così nacque per esempio il laboratorio del taccuino dei disegni. Io avevo avuto un’idea e ovviamente le idee vanno provate. I laboratori sono nati dall’associazione “Amici del Canova”, attraverso me.

Hai avuto qualche difficoltà nella creazione dei laboratori? Hai avuto carta bianca o qualche idea ti è stata bocciata?

Tutte le proposte che sono nate sono state accolte tutte. Con il tempo abbiamo scremato, nel senso che i laboratori che non erano costruiti bene e che nello stesso tempo non erano neanche richiesti sono stati tolti. Quando si crea un laboratorio didattico è così: lo si fa, lo si crea e lo si porta avanti in una determinata maniera. Nel momento in cui lo si fa ci si rende conto che ci sono altri modi e il laboratorio cambia. Alcuni laboratori che ho creato anch’io, come quello del taccuino, a seconda della classe che ho davanti faccio diversi percorsi: c’è la classe che porto a disegnare, c’è la classe invece che porto a raccontare la storia. Dipende dalla classe che si ha davanti e dall’età dei bambini. È un work in progress e se non fosse così vuol dire che si zoppica come educatore. Il laboratorio nasce, cresce e si sviluppa e cambia sempre. Ad esempio io facevo il laboratorio di scultura tridimensionale in una determinata maniera fino a qualche mese fa, Moira [una guida del Museo] ha visto un’altra maniera per farlo, ha provato ed è stato un successo perché il laboratorio è andato bene. Comunque i laboratori hanno un percorso standard. Un laboratorio può essere sviluppato in diverse maniere, come anche la visita guidata stessa. Secondo me la visita guida unilaterale “io parlo e tu ascolti” è sbagliata, soprattutto quando davanti si ha una classe di bambini: secondo me la guida è un cerchio di scambio di informazioni e che si rielabora assieme. 

Parlando della didattica ad esempio riguardo al FaMu come spieghi un concetto che riescano a capire sia bambini che gli adulti, come ti rapporti con questa realtà?

Le visite guidate per il giorno delle famiglie [FaMu] e il Saturday kids lab, che adesso abbiamo come offerta permanente, sono tarati sui bambini. Si spiega il concetto come lo si spiegherebbe a un bambino e ovviamente c’è la domanda del genitore che vuole sapere di più e si dà al genitore l’informazione richiesta. Il pubblico che arriva è calibrato già sui bambini: se io porto mio figlio al museo mi aspetto che la guida sia per lui. Poi sta alla guida coinvolgere il genitore nella maniera del gioco: magari quando ho la guida con le famiglie mi invento il gioco della scultura e degli scultori, in cui il bambino è la scultura e i genitori sono gli scultori. Il bambino tiene gli occhi chiusi e gli vengono mosse braccia e gambe per avere la posizione di una statua scelta dal genitore. Quindi la visita diventa dinamica, però non si può avere lo stesso registro per il bambino e l’adulto. Ovviamente sono guide più corte e sono calibrate sui bambini.

Il tuo ruolo al Museo mi ha sempre incuriosita per l’importanza che dai alla didattica e ai laboratori: dietro a tutto questo quanto lavoro e quanto studio ci sono?

Io sono assunta da un anno come responsabile della didattica, finora l’ho sempre fatto a titolo personale. È un’attitudine: la passione per la didattica l’ho scoperta qui e anche attraverso altre attività. Ad esempio per l’asilo che frequentano i miei figli vado a fare laboratori per i bambini, a titolo volontario. Poi è anche una creatività che mi appartiene. Accanto c’è anche sicuramente lo studio. Nel momento in cui ti avvicini a una sfera, ti avvicini anche a dei contenuti che hai voglia di approfondire. Quindi ci sono le letture che faccio perché sono autodidatta, oppure i corsi che ho frequentato e alcuni workshop sono stati fondamentali per capire che quello che si faceva qui entrasse nelle mie corde. Tutto ciò paga nel momento in cui creo una visita dinamica ed è bella per i bambini ed è bella anche per me. Anche io faccio una bella esperienza anche se è sempre lo stesso laboratorio. Secondo me quando si fanno i laboratori bisogna anche stare bene e dare benessere a chi partecipa ai laboratori. I dati ci dicono che stiamo lavorando bene: all’open day degli insegnanti c’erano 90 persone, in passato erano molte meno. Io intendo questa giornata come una parte teorica e una parte in cui gli inseganti giocano in museo e fanno i laboratori. È stato un bel risultato e stiamo lavorando sulla strada giusta, tanto che ho cercato 3 persone adatte che mi potessero dare una mano per portare avanti la didattica museale. 

Ripensando al tuo percorso quali sono le tue soddisfazioni?

Io credo in questa realtà, sto bene in questo museo. Credo nel mio lavoro. Le soddisfazioni sono tante per fortuna e arrivano dai visitatori. Le soddisfazioni ci sono anche nel momento in cui scrivi il manifesto della censura e sei presente ad Artissima a Torino, quando ti occupi di social e questo viene riconosciuto in una rivista importante, quando hai 90 persone al workshop degli insegnanti.