di Daphne Minighin


La figura dell’economista Federico Caffè è nota ai più per l’aura di mistero che aleggia attorno alla sua scomparsa, avvenuta nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987. 

La personalità eclettica di Caffè non si può circoscrivere ad un mero fatto di cronaca nera, nella prima metà del Novecento egli fu uno dei principali diffusori della dottrina economica keynesiana nel territorio italiano. 

Federico Caffè nasce il 6 gennaio 1914 a Pescara, più precisamente nel paese di Castellamare Adriatico, da una famiglia di modeste origini: il padre, Vincenzo, era un ferroviere e la madre, Erminia, aiutava il bilancio famigliare con saltuari lavori di ricamo. 

Nel 1932 si trasferisce a Roma per iscriversi all’Università La Sapienza, nella quale si laurea nel 1936 in Scienze economiche e commerciali. Durante gli studi iniziò a lavorare presso il Banco di Roma e, dopo la laurea, venne assunta alla Banca d’Italia dove si occupò di finanza internazionale ed esercito in seguito il ruolo di consulente. 

Dopo un periodo di arruolamento nell’esercito durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Caffè prosegue con la carriera accademica. Già nel 1939 era diventato assistente della cattedra di Politica economica e finanziaria della facoltà in cui aveva studiato, per poi diventare  dieci anni più tardi libero docente della stessa cattedra. La carriera accademica di Caffè lo porta in diverse città italiane come Bologna e Messina, ritornerà a Roma e ci rimarrà stabilmente dal 1959 in poi. 

Sotto l’insegnamento di Caffè passarono diverse personalità di spicco, fu suo allievo Mario Draghi, l’ex presidente della Banca Centrale Europea tra i tanti. 

Caffè credeva fortemente nell’università e nell’istruzione come mezzo a favore del progresso individuale e sociale, curava la preparazione di studenti di ogni livello e si poneva come una personalità disponibile e generosa soprattutto verso gli studenti di origine più modesta. Caffè viene dipinto da chi lo conosceva come una persona estremamente umana e con una sensibilità particolarmente acuta che lo portò ad essere partecipe dei problemi altrui, non solo dei suoi studenti, ma anche di quelli che sentiva comuni a gruppi di cittadini. 

Grazie ad una borsa di studio, nell’anno a cavallo tra il 1947 e il 1948 Caffè frequenta la London School of Economics. In questo contesto viene a conoscenza ed approfondisce il pensiero keynesiano grazie anche alle politiche sociali poste in atto dal governo inglese, il quale prevede un intervento pubblico statale nei periodi di crisi. 

Caffè era un grande sostenitore della dottrina economia keynesiana ed il massimo diffusore della stessa in Italia. Soprattutto negli anni del secondo dopoguerra, Caffè si dedicò ad importanti riflessioni legate alla ripartenza economica e rimarcò la necessità dell’intervento statale nel mercato, secondo Caffè necessario per sanare le imperfezioni dello stesso. Propose delle teorie di macroeconomia capaci di affrontare i problemi legati alla ricostruzione attraverso l’investimento pubblico e una necessaria flessibilità delle azioni statali, accompagnate da un controllo democratico sull’economia. Caffè fu uno tra i primi in Italia ad interrogarsi, già nel periodo fra le due guerre, sul benessere economico dei cittadini sostenendo come l’economia sia uno strumento al servizio del benessere delle persone

Federico Caffè viene ricordato dai suoi studenti con un affetto e un’ ammirazione dimostrate  dalla dedizione con la quale i suoi allievi si sono dedicati alla sua materia e sottolineate dalle continue visite che Caffè riceveva da parte loro, anche dopo l’abbandono della cattedra universitaria nel 1984. Caffè riuscì a trasmettere loro un pensiero critico e oggettivo nei confronti della scienza economica. Consapevole della forte componente soggettiva in essa, Caffè non palesava il suo pensiero soprattutto discutendo di attualità con i suoi studenti per timore di indottrinarli. Ciò si dimostra nella manifestazione nei suoi studenti degli orientamenti ideologici e scientifici più vari. 

L’allontanamento dall’ambiente accademico lo fece cadere in una severa depressione che lo fece sentire sempre più debole, questa debolezza si tradusse anche in un affaticamento mentale e, come confidò ad alcuni dei suoi allievi, senza la sua mente non riteneva di essere più d’aiuto al mondo e all’umanità. Forse questo senso di debolezza di fronte al tempo che avanza lo portò alla decisione di scomparire in punta di piedi senza disturbare nessuno, semplicemente lasciando che i suoi insegnamenti parlassero per lui.