di Silvia Lano


A sessant’anni dalla sua morte, la figura di Adriano Olivetti è legata ai celebri modelli usciti dalla sua fabbrica come l’iconica Lettera 22 o la Divisumma, la prima calcolatrice scrivente in grado di calcolare automaticamente la divisione.
Ma non solo: lo si ricorda come imprenditore visionario, editore, politico, urbanista. La sua memoria si estende anche e soprattutto alla sua visione veramente rivoluzionaria del fare impresa, una visione incentrata non sul profitto ma sulla capacità di creare una rete sociale nel territorio in cui opera, a beneficio del capitale più importante: quello umano.

Adriano Olivetti nasce nel 1901 a Ivrea ed eredita la vocazione per il mondo industriale dal padre Camillo, che nel 1908 aveva fondato la prima fabbrica italiana per macchine da scrivere. Dopo la laurea in chimica industriale, nel 1924 inizia l’apprendistato nell’azienda paterna come operaio. A questo proposito, molti anni più avanti, quando l’azienda sarà un colosso internazionale, dirà al giovane Furio Colombo: «[…] Io voglio che lei capisca il nero di un lunedì nella vita di un operaio. Altrimenti non si può fare il mestiere di manager, non si può dirigere se non si sa che cosa fanno gli altri.»

L’anno seguente parte per un viaggio negli Stati Uniti durante il quale ha l’occasione di visitare centinaia di fabbriche, fra le più all’avanguardia dell’epoca. Il giovane Adriano rimane molto impressionato dall’organizzazione fordista del lavoro, la quale garantiva dei risultati ben superiori rispetto ai modelli produttivi precedenti, e tornato in Italia propone al padre un programma di modernizzazione dell’azienda. Nel frattempo lavora alla prima macchina da scrivere portatile, la MP1, uscita sul mercato nel 1932. Nello stesso anno Adriano assume il ruolo di direttore generale e nel 1938 subentra al padre come presidente. 

Tuttavia già durante il viaggio negli Stati Uniti aveva colto dei limiti nel sistema di produzione americano, la cui ricezione da parte di Olivetti si distingue per un’attenzione maggiore per le condizioni lavorative degli operai, considerati esseri umani prima di fattori produttivi.

«La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza.»

Una riconoscenza che si tradusse in un sostegno concreto allo sviluppo della cittadina di Ivrea e del Canavese: attraverso l’investimento di una parte consistente dei profitti, Adriano Olivetti finanziò la realizzazione di case per gli operai, servizi sanitari, asili nido, centri ricreativi e una rete per i trasporti. Tutto ciò, unito a salari giusti e a orari di lavoro adeguati, contribuì a creare una comunità sostenibile e attrattiva sul territorio. 

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il successo dell’azienda cresce a livello mondiale, portando al prototipo del primo personal computer della storia, il Programma 101 (1950). Il valore dei prodotti del marchio Olivetti era indubbiamente frutto di un contesto di ricerca e formazione di altissimo livello, ma passava anche attraverso la consapevolezza che non bastasse realizzare un bel prodotto, ma fosse necessario presentarlo al grande pubblico in una cornice architettonica idonea ad esaltarne le funzionalità innovative. L’Olivetti Store di New York realizzato dal gruppo di architetti BBPR e definito dal Times “il negozio più bello della Fifth Avenue” può essere a ragione considerato un antenato dei moderni Apple Store: lì, su un piedistallo di granito, illuminata dalle raffinate lampade in vetro di Murano, la coloratissima Studio 44 doveva sembrare l’equivalente dell’ultimo iPad agli occhi dei passanti di Manhattan del 1953. 

C’è da chiedersi come sarebbe andata se la morte improvvisa di Olivetti nel 1960 non avesse portato al declino dell’azienda e del suo sogno; chissà se, adeguatamente sostenuto, questo laboratorio innovativo d’impresa non si sarebbe potuto trasformare in qualcosa di simile a una Silicon Valley italiana nel distretto di Ivrea. In ogni caso, resta suo il merito di aver dedicato la propria vita a un grande obiettivo: realizzare concretamente un’utopia, un termine che lo stesso Olivetti definiva come «la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare.»