di Tullio Luccarelli


Questa non sarà una recensione di un libro, bensì un punto di inizio per un dialogo, una base per sensibilizzare su un tema importante, come quello della sostenibilità.

Ho avuto il piacere di leggere “Educare per lo sviluppo sostenibile. L’impegno degli Atenei italiani: esperienze in corso e buone pratiche”, la monografia scritta da Gabriella Calvano, docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e referente, per l’ateneo barese, della RUS, la rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile.

Cosa vuol dire educare? E cosa vuol dire che gli atenei italiani si stanno impegnando ad un cambio di mentalità? Nel testo della dottoressa Calvano si riflette su ciò. Gli Atenei italiani hanno un potenziale immenso e un importante ruolo a guidare, localmente e globalmente, uno sviluppo alternativo e sostenibile che non sia solo a vantaggio “del proprio orticello”, bensì che ricada anche e soprattutto all’esterno, sulla collettività (il mantra che persegue la Terza Missione, ovvero l’insieme delle attività con le quali gli atenei interagiscono direttamente con la società e il proprio territorio di riferimento), in quello che l’autrice definisce “come una prosecuzione socialmente utile della didattica e della ricerca praticate nell’Università”. Endemicizzare lo sviluppo sostenibile vuol dire evolvere i concetti di cultura e politica, per mezzo della promozione di un’economia di tipo circolare fino a nuovi mezzi sostenibili, figli di innovazione e ricerca costante.

Tutto ciò risulta vano senza un canale educativo adeguato; è pur vero che sia fondamentale seminare fin da piccoli questi principi, ma il lavoro cruciale (e complesso) è l’adult education. Le Università, perciò, in quanto istituzioni sociali, hanno la responsabilità di rendere possibile un futuro diverso per la Terra, per la società e per i nostri le generazioni future. Gabriella Calvano mette sotto una luce diversa le Università italiane, parlando della RUS, la cui missione principale è diffondere buone pratiche di sostenibilità, extra e intra ateneo, come nell’esempio dell’Università di Bologna, prima Università italiana ad implementare un Green Office: gli studenti sono parte integrante del cambiamento, agendo sulla sostenibilità della propria Università.  Sviluppo vuol dire anche ecosistemicità, vuol dire coesione a livello intradimensionale, interdimensionale, vuol dire che tutti hanno un ruolo non tanto per l’oggi, ma per il domani. 

ASviS, RUS, Unibo, Uniba (con il polo Magna Grecia e i progetti di rilancio per la città di Taranto), studenti, docenti, stakeholders: tutti uniti e in tensione per costruire la società del domani. Traspare quindi una visione ampia, la cui centralità è ricoperta dall’ambiente, dalla sua tutela come bene comune, come valore, diritto e, nelle Università attente al tema, si inizia ad intravedere un cambiamento, sia esterno che interno. L’educazione alla sostenibilità come “centro di gravità permanente” che traghetti l’uomo verso uno stile di vita attento non solo ai propri interessi (anche economici), ma che sia rispettoso della casa che lo ospita, la Terra. 

Rispondendo alla domanda, “educare” vuol dire “tirare fuori” ma anche “condurre, trarre”. La dottoressa Calvano, nel suo testo,  fa emergere il tema dello sviluppo sostenibile nelle Università e lo conduce nelle nostre menti.