di Fabiana Re


Quando ho prenotato la mia copia di “Che cosa muove la cultura”, il libraio si è esibito in un sorriso amaro nell’udire il titolo. «Leggere più libri, ecco cosa muoverebbe la cultura», ha commentato caustico. Lì per lì mi sono limitata ad annuire di rimando ma nei giorni successivi, addentrandomi nella lettura dell’ultimo volume di Annalisa Cicerchia, ho capito l’equivoco in cui il negoziante è caduto. Ha interpretato “la cultura” come complemento oggetto della frase, come un peso passivo che deve essere mosso da qualcosa. Invece no. La cultura è il soggetto, capace di rivitalizzare le economie e generare impatti sociali: è lei a muovere. Valutare cosa muova è l’ambizioso obiettivo di questo libro. 

Annalisa Cicerchia, economista della cultura e ricercatrice ISTAT, sa bene che la scelta migliore per valutare un impatto è raramente la più semplice. Occorre riconoscere la complessità del fenomeno analizzato e adottare un approccio olistico: un processo che può essere più lento e costoso, ma anche più gratificante. 

L’autrice ci accompagna allora in un viaggio quasi filosofico nel mondo della misurazione degli impatti. Misurare, per definizione, significa determinare le proprietà di una cosa facendo riferimento a uno standard: pensiamo al metro, ai gradi Celsius, a tutte quelle grandezze che possiamo comunicare in modo oggettivo. Gli statistici vi affiancano la costruzione di indicatori, ovvero variabili facilmente rilevabili che rappresentano fenomeni difficilmente misurabili. Seppur utilissimi, gli indicatori sono riflessi parziali della realtà poiché nel processo di creazione si cede inevitabilmente molta informazione.

Quando si applicano però questi princìpi al campo culturale lo scenario si fa più complicato. La cultura è infatti un termine ombrello, che come scrive Cicerchia “ha la capacità di catturare un significato dopo l’altro come fa una spugna con l’acqua”. È un concetto multidimensionale da maneggiare con cautela nel momento in cui se ne vuole valutare l’impatto, se non si vuol correre il rischio di sovrasemplificare e appiattire i complessi meccanismi che attiva.

Si possono distinguere gli impatti economici e gli impatti sociali della cultura. Le due dimensioni non andrebbero mai considerate separatamente: un indicatore monetario, ad esempio, è incapace di rappresentare il valore di ciò che non ha un prezzo, quali lo sviluppo delle persone, la valorizzazione delle identità locali, la promozione della coesione sociale. La cultura può poi favorire il recupero di edifici e spazi inutilizzati, l’inclusione di singoli e gruppi, l’aumento di occupazioni creative e la vivibilità dei luoghi. Come catturare queste sfaccettature con dei numeri? Una soluzione possibile è integrare i dati quantitativi con approcci più qualitativi, in grado di ricostruire nessi causali e acquisire più elementi da prospettive diverse, ponendo attenzione al contesto.

Un elemento emerge chiaramente dal manuale di Annalisa Cicerchia: occorre rafforzare l’attitudine del mondo culturale alla valutazione dei suoi impatti, così da poterne restituire appieno la complessità. Solo fornendo prove robuste dei benefici generati questo potrà riguadagnarsi un posto in primo piano nell’agenda politica. “Spesso la cultura produce effetti a medio e lungo termine, più difficili da comprendere e meno spendibili in termini di consenso politico e voto”, denuncia Cicerchia. Di fronte alla miopia dei policy maker, dimostrare che la cultura muove l’economia e la società è il primo passo per stimolare gli investimenti in questo settore.