di Sanjna Seralvo


Lo streaming ha già irreversibilmente rivoluzionato l’industria musicale una volta – obbligando le case discografiche a cambiare totalmente le loro strategie di distribuzione – ed ora si sta estendendo anche alla musica dal vivo, in risposta all’impossibilità di organizzare concerti. Come per tutte le iniziative digitali lanciate in questi mesi, bisogna domandarsi se si tratta di un cambiamento temporaneo o se si sta cambiando completamente il modus operandi dell’industria. 

Il settore della musica live è tra i pochi a non poter ancora attuare un piano di ripresa. I concerti, con le loro scalpitanti folle, sono l’antitesi di ciò che è permesso al momento e di conseguenza ci sono poche possibilità di ricominciare appieno prima del 2021. I pochi concerti che si potranno tenere saranno di dimensioni ridotte – ad esempio in Italia sarà permesso durante l’estate avere concerti con un pubblico di massimo 1’000 persone, tutte sedute, all’aperto – e gli incassi difficilmente copriranno i costi. 

Gli streaming live a pagamento sono il cerotto temporaneo che i professionisti dell’industria stanno proponendo al pubblico. Tra i primi eventi di successo di questo genere c’era il concerto del cantante scozzese Lewis Capaldi tenutosi il 16 maggio in streaming, che ha venduto oltre 15 mila biglietti a 5£ l’uno. In Italia invece, i primi tentativi sono arrivati dalla musica classica e jazz. A fine maggio 2020, il pianista e compositore Enrico Pieranunzi ha tenuto quattro concerti da casa sua, registrati live e disponibili per 3.99€ per un concerto singolo o 14€ per il pacchetto intero. Il 30 maggio, organizzato dall’agenzia Radar Concerti e il festival Milano Digital Week, invece ecco il primo concerto italiano di musica pop in streaming col cantante Venerus. Una audience digitale di 800 persone ha partecipato all’evento – ognuna delle quali ha acquistato un biglietto di 5.50€ – per assistere al cantautore milanese suonare dal Padiglione Ferroviario del Museo Leonardo da Vinci di Milano. 

Questi eventi però non sono concepiti come sostituti futuri ai veri e propri concerti. La limitata possibilità di guadagno per gli organizzatori è uno dei principali motivi. L’incasso dai biglietti aiuta a coprire i costi di produzione e dei cantanti (che in ogni caso hanno dovuto abbassare il loro cachet per rendere possibili gli stream), ma è complesso avere un margine positivo. L’ intensa competizione online per l’attenzione dei consumatori significa che è difficile e costoso attrarre i partecipanti, limitandosi spesso ai fan stretti dei musicisti. Inoltre, si è in competizione con altri servizi per cui non è necessario pagare un biglietto – Instagram live, ad esempio. Per gli organizzatori degli stream a pagamento, il prezzo dei biglietti assume un significato principalmente simbolico, per sottolineare al pubblico il valore culturale della musica, come spiega Pieranunzi parlando del suo quartetto di concerti. Esponenti della piattaforma DICE TV, su cui i concerti di Capaldi e di Venerus sono avvenuti, spiegano che mettere un costo allo stream ha inoltre ripercussioni positive sull’atteggiamento dei partecipanti: il 90% dei partecipanti all’evento di Capaldi ha guardato lo stream da inizio a fine, cosa che raramente succede con live stream gratuiti.  

Il secondo motivo per cui non si sta parlando di una rivoluzione dell’industria della musica live, con stream a pagamento che sostituiscono permanentemente i concerti, è la totalmente differente esperienza vissuta dai partecipanti. Tra le poche strategie in atto per cercare di rendere l’esperienza degli stream più vicina a quella di un concerto ci sono i progetti di DICE TV per creare un servizio di consegne di bevande e cibo a domicilio e la vendita del merchandising degli artisti direttamente dal loro sito. Probabilmente ci saranno delle versioni ibride in futuro, soprattutto fino a quando saranno in atto restrizioni sulle dimensioni delle folle (ad esempio, il live stream di concerti tenuti negli stadi potrà essere disponibile per un secondo pubblico digitale). Lo streaming a pagamento di concerti sembra essere quindi un rimedio temporaneo e non una seconda rivoluzione dell’industria musicale.