di Riccardo Pasquali


La corretta redazione di CV e lettera di presentazione, l’ottimizzazione del profilo LinkedIn e come affrontare al meglio un colloquio di lavoro. Questi gli argomenti di una delle ultime formazioni di Culturit, durante la quale le locali Cattolica, Padova e Venezia si sono virtualmente incontrate con Elena Privitera, membro del team alumni e attualmente consultant per l’area People & Change di KPMG. Elena si è avvicinata al settore delle risorse umane fin dalla sua esperienza con il network, prima come responsabile HR in Cattolica e poi come responsabile nazionale; la sua esperienza è quindi paradigmatica di come associazionismo e mondo del lavoro possano contribuire congiuntamente alla propria formazione. Per approfondire questo ed altri temi emersi durante la formazione, abbiamo intervistato Elena a margine dell’evento.

Ciao Elena, ben ritrovata. Tu sei entrata in Culturit ai suoi albori e l’hai vista crescere nel corso degli anni. Qual è stato il ruolo del network nel tuo percorso accademico e professionale, e cosa più di tutto ti ha lasciato?

Fare parte di Culturit alle sue origini mi ha dato la possibilità di costruirlo insieme agli altri, di imparare dagli errori, di vedere la sua crescita graduale e di lasciarlo poi continuare sulla sua strada, quando ho sentito che gran parte del mio contributo fosse già stato dato. Queste attività mi hanno motivato in un momento in cui avevo perso di vista il perché dei miei studi e di alcune mie scelte.

Ho legato molto con i membri di allora, con cui ho condiviso le esperienze in Culturit, tanto che da qui è nata l’idea per la mia tesi di laurea: ho voluto indagare quanto essere stati parte dell’associazione avesse impattato sul nostro percorso professionale. Come risultato, è emerso che lo spirito del network si traduce in un invito all’apprendimento continuo, ad avere un’attitudine all’innovazione e all’imprenditorialità; tutte cose che ci hanno formato ancor prima di approdare al mondo del lavoro. Gran parte della persona che sono, professionalmente ed umanamente, lo devo a Culturit, e spero di aver dimostrato spesso questa gratitudine.

Per un profilo junior, che valore aggiunto dà avere all’attivo esperienze di volontariato?

Credo che, per qualsiasi profilo o persona, un’esperienza di volontariato cambi il modo di essere e di approcciarsi alla realtà, indipendentemente dalla possibilità di parlarne ad un colloquio e dalla causa a cui si contribuisce. Sicuramente, citare esperienze di volontariato a un colloquio può dimostrare che si è affiancato un percorso parallelo a quello universitario e che si è sensibili ad alcune tematiche. Tuttavia, io credo che il reale quid sia il cambiamento personale generato dalle esperienze vissute, piuttosto che l’aggiunta di una riga sul curriculum.

Guardando il colloquio di lavoro con gli occhi della selezionatrice, quali sono, secondo te, gli errori più comuni dei candidati?

Nella mia breve esperienza come selezionatrice, mi sono resa conto che si tende a perdere di vista il fatto che il colloquio sia un mix di preparazione tecnica, performance e allenamento, ma soprattutto una relazione con il selezionatore. Spesso ci si dimentica di come esso sia, anzitutto, un incontro tra persone che devono conoscersi e valutarsi reciprocamente, non solo una mera messa in mostra delle proprie abilità volta a convincere l’interlocutore.

Consiglio di rimanere sempre in ascolto dell’altro, per creare uno scambio sincero, e di non farsi prendere dall’ansia: è molto importante essere consapevoli dei propri punti di forza ed aree di miglioramento, così da saper rispondere in modo assertivo e costruttivo alle domande poste. Oltre alla calma, ciò che tutela sempre è una sana improvvisazione, perché il colloquio è come un esame: se si studia bene e tanto si può ottenere il massimo così come un po’ di meno, e spesso quello scarto è frutto di improvvisazione o fattori casuali. Se si ottiene meno del massimo o si viene scartati a un colloquio, non significa che non si è abbastanza pronti o capaci: magari semplicemente non era il posto giusto.

Che consiglio daresti a chi si appresti a sostenere un colloquio online, data la particolarità della situazione?

Ho sperimentato in prima persona come le modalità di colloquio e lavoro online possano sì aiutare, ma al contempo essere molto alienanti e sacrificare gran parte del linguaggio non verbale e dei feedback di ritorno, anche inconsci, che sono parte integrante di una conversazione. Lo sapete voi e lo sanno i selezionatori che fanno i conti da mesi con il contesto. Rassicuro sul fatto che molte aziende stanno reclutando online con ottimi risultati, e molte mie conoscenze hanno iniziato stage direttamente in remote working.

Consiglio di non prendere il colloquio meno seriamente per la modalità in cui si svolge, e ugualmente di valutare come un fattore positivo il fatto di essere a casa, nella propria comfort zone. La nostra generazione è cresciuta tra chat e video ancora prima del lockdown, motivo per cui ha una consapevolezza maggiore, rispetto alle successive, di come una personalità possa emergere anche in videochiamata. Quindi il mio suggerimento è di prepararsi sempre al meglio e di essere sé stessi, tenendo in conto anche eventuali problemi tecnici, così da mantenere la serenità e non essere presi alla sprovvista durante la conversazione. E, mi raccomando, vestitevi come se foste fisicamente a un colloquio: non si sa mai.