di Sofia Baroncini


Un’opportunità bolognese per gli studenti universitari è rappresentata da uno dei progetti proposti dalla Fondazione Golinelli: il Progetto Icaro è una “palestra di imprenditorialità” che accompagna i ragazzi in un programma annuale di insegnamenti teorici, workshop, contatti diretti con aziende e seminari per fornire competenze trasversali. Il punto di partenza è il design thinking, modello teorico che permette agli studenti di ogni facoltà di coordinarsi e organizzare le idee per arrivare a elaborare soluzioni. Al programma collaborano esperti che, in qualità di mentor, aiutano i ragazzi in ogni fase. Il punto di forza del programma non è solamente l’elevata qualità della formazione, ma soprattutto il contatto diretto con la realtà dell’imprenditoria: durante l’anno, l’esperienza principale consiste nella realizzazione di progetti risolutivi di challenges lanciate da aziende reali. I partecipanti al progetto lavorano quindi in team offrendo alle imprese soluzioni attuabili, in quanto tutto l’operato si basa sulla conoscenza e realtà della situazione aziendale. Tanto che, a volte, l’azienda implementa il progetto ideato dai ragazzi.

Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere da un punto di vista interno il progetto grazie all’esperienza di alcuni ragazzi di Culturit Bologna che vi partecipano o vi hanno partecipato lo scorso anno. Abbiamo così intervistato Arianna Cauli e Chiara Cenerini, partecipanti della scorsa edizione; Alessandra Foschi, Erica Gasperotti, Francesco Serra e Filippo Bersanetti, che stanno attualmente partecipando al progetto.

Che cosa spinge uno studente a partecipare a questo programma?
La percezione è quella di essere davanti a una offerta formativa davvero all’avanguardia: percepita come stimolante da quasi tutti gli intervistati, viene vista come una realtà “ben strutturata” (F. B.), “d’eccellenza” (A. C.) in quanto ad un approccio teorico segue una parte pratica in cui si può costantemente fare affidamento su un professionista (C. C.).
Le motivazioni personali che hanno spinto gli studenti intervistati ad aderire al progetto sono svariate: dall’avere un’esperienza pratica per applicare i propri studi nel campo, come Erica, studentessa di Direzione aziendale, o per migliorare le proprie capacità relazionali (F. B.) e le proprie conoscenze tecniche (A. C. e A. F.), per partecipare ad un’esperienza di lavoro pratico in team eterogenei (C. C.), fino alla volontà di conoscere persone propositive e fare rete con le realtà culturali della città (A. F.).  

Team eterogenei: l’economia non fa l’imprenditore
Filippo, un altro studente di Direzione aziendale, crede che per la cultura d’impresa sia fondamentale l’interdisciplinarietà, perché non basta acquisire conoscenze per essere imprenditore. Questo pensiero è in linea con quello degli organizzatori del progetto, infatti gli studenti selezionati provengono dagli ambiti più diversi, in quanto si spazia dagli studenti di economia a quelli di storia, di design del prodotto industriale, di lingue orientali e altro ancora. L’interdisciplinarietà è poi connaturata alla struttura del percorso: in ogni team di progetto può esserci solo uno studente per ogni area di formazione. Questo spiega il metodo principale adottato dal programma (F. B.): il design thinking, tecnica di progettazione che permette a gruppi eterogenei di interagire e co-progettare una soluzione comune partendo dai bisogni del target di riferimento (C. C.) in maniera “democratica”, in quanto basato non su competenze tecniche ma sulle idee di ogni membro (E. G.).

L’interdisciplinarietà è avvertita come uno stimolo da parte degli studenti: Chiara, che grazie all’esperienza di Culturit aveva già compreso la potenzialità di lavorare con persone di diversa formazione, afferma che questa caratteristica è stata uno degli elementi che l’ha spinta a partecipare al progetto. È vista come un fattore di arricchimento e apertura, nonostante le difficoltà di comunicazione che si possono incontrare: a volte le stesse parole hanno significati diversi per ogni persona (C. C.), altre volte si apprendono termini e modi di lavorare del tutto nuovi (F. S.). In generale, si percepisce la volontà di imparare dagli altri: chi studia economia ritiene fondamentale il punto di vista di chi si occupa di altre discipline, perché molto spesso da tali incontri nascono idee innovative (F. S.); chi invece proviene da aree prettamente umanistiche sente il bisogno di imparare dai colleghi tecnici, anche se percepisce che il proprio contributo al lavoro sia fondamentale (A. C.).

Cultura d’impresa?
Definita come obbiettivo del progetto, la cultura d’impresa consiste nello sviluppo di creatività, innovazione e responsabilità, unita alla capacità di farsi carico di obbiettivi altri oltre al profitto, raggiungibili attraverso ricerca e innovazione, persone e passione (Il Sole 24 Ore).  Ogni studente ha dato un significato specifico a questo termine. Per Chiara significa avere un approccio che guarda al futuro, poiché solo così si possono prendere decisioni nell’oggi che portino poi ad ottenere il meglio. Filippo invece affronta la questione da un altro punto di vista, rispondendo che le competenze che servono per fare imprenditoria innovativa si sviluppano facendo ciò che piace ed appassiona, e non imparando nozioni di economia. Per Alessandra, poi, la percezione di cultura d’impresa che Icaro le ha trasmesso è una rappresentata da una “cassetta degli attrezzi” comprendente anche competenze trasversali, che può essere utile per ogni occasione. Per Francesco, si tratta soprattutto di flessibilità: nella realizzazione di un progetto in un ambito così articolato come può essere quello imprenditoriale molto spesso intercorrono variabili imprevedibili dalle quali non bisogna lasciarsi abbattere, ma bisogna essere elastici per potersi adattare ad ogni novità. Erica infine, parla soprattutto di perseveranza, qualità che è fondamentale per portare avanti la propria idea.

La realtà dell’impenditoria
Uno dei punti forti del programma è il contatto diretto con le realtà delle aziende che propongono le sfide, dato che si organizzano visite in azienda, si sviluppano progetti partendo da situazioni reali e ci si scontra anche con problemi effettivi. Insomma, non è una “palestra creata ad hoc” per formare gli studenti, ma un vivo contatto con situazioni e problematiche reali.
Grazie all’esperienza di contatto diretto con le imprese fornita dal programma, la percezione dell’imprenditoria che i partecipanti hanno è cambiata molto. Ad alcuni ha permesso di avvicinarsi alla realtà imprenditoriale comprendendo che non si tratta di mera economia ma anche di progetti sociali e molto altro (A. C. e A. F.), mentre a chi aveva già presente cosa fosse un’impresa ha dato la possibilità di capire che cosa significhi lavorare in un’azienda reale, con tutte le problematiche ad essa connesse (F. S. e C. C.).

Il valore aggiunto di Icaro
Dal punto di vista di studenti universitari, abituati quindi ad un approccio prettamente teorico alle discipline, Icaro risulta avere un “fortissimo valore aggiunto” (F. B.) proprio per il suo taglio pratico: permette di conoscere che cosa significhi prendere decisioni in un contesto reale (F. S.), gestire problemi, persone e responsabilità (A. C.) all’interno di un percorso ben strutturato che offre il supporto tecnico necessario. Il dato che è emerso prevalentemente è che Icaro insegna non solo nuove tecniche e nozioni del settore ma soprattutto forma dal punto di vista umano: si impara ad accettare la frustrazione data dagli imprevisti (F. S.), a lavorare in gruppi eterogenei comprendendo la loro potenzialità (C. C.), ad organizzare i propri impegni per riuscire a partecipare a questo progetto, con sede fuori dal centro (F. S), a fidarsi dei membri del team e ad uscire dalla propria comfort zone (C. C.), ad avere molta empatia e pazienza (A. F.), dal momento che è fondamentale ascoltare il punto di vista di ogni membro per raggiungere una visione comune (E. G.).

In conclusione, perseveranza, flessibilità, apertura, mettersi in gioco sono i principali insegnamenti che Icaro ha lasciato ai nostri partecipanti.